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Scatti di scena

Note di regia

Stefano Reali

Questo film TV vuole essere un tentativo di bildungsroman, un romanzo di formazione, in cui si cerca di far vedere cosa può accadere ad un giovane italiano cresciuto con dei Valori, quando viene a contatto con un mondo in cui sembra lecita qualunque scappatoia, perché si accorge che “tanto fanno tutti così”. E quindi è portato a pensare che se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Ma fino a che punto, un uomo perbene è disposto a lasciarsi trascinare in un gorgo di condivisa illegalità, in cambio di vantaggi materiali ed economici? Quanto costa comprare l’onestà di un uomo, in un Sistema in cui l’Onestà non è riconosciuta come un Valore?

Sono ormai ben più di cento anni che il crac della Banca Romana viene citato come il più emblematico esempio di un certo malcostume politico-finanziario italiano, considerato spesso come facente parte del DNA della nostra penisola. Quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli, a cento anni esatti di distanza, i due episodi sembrarono simili. Per usare le parole dell’illustre giornalista e storico Enzo Magrì: “...Anche allora si trattò di tangenti che venivano estorte dai rappresentanti della nazione, per pagare le quali il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo fu costretto a stampare soldi falsi per più di quaranta milioni di lire (di allora!), addebitandone l’onere agli italiani. Ma se è vero che Tangentopoli ha privato la Banca Romana di un certo numero di record numerici, come quello dei parlamentari coinvolti e della quantità di denaro rubata, e se è altrettanto vero che in tutti e due i fenomeni si è assistito ad un monstrum di disonestà e di impudenza di una classe dirigente che pretendeva di porsi al di sopra delle leggi, c’è però una fondamentale differenza tra i due scandali. Mentre oggi l’establishment incriminato tenta di emendarsi aggirando le leggi esistenti o fabbricandosene altre propizie alla propria impunità, allora si salvò condizionando pesantemente la magistratura, prona e connivente, anche per via della sua appartenenza al medesimo ceto sociale della casta che era al potere.” Queste parole, scritte in anni non sospetti, (il libro di Magrì “I Ladri di Roma”, edito da Mondadori, è del 1993) ci fanno capire che lo Scandalo della Banca Romana è molto più citato di quanto non sia effettivamente conosciuto. E’ anche per questo che abbiamo sentito l’urgenza di raccontarne l’essenza della storia, con le necessarie libertà narrative che si devono concedere ad un film TV di prima serata. Perché di fronte ad episodi come questi, la mancanza di qualunque tipo di indignazione, e magari la comparsa di un sorrisetto acquiescente di rassegnazione, al fatto che non siamo “un paese normale”, è qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Fra gli imputati dello scandalo della Banca Romana vi erano Eroi del risorgimento, uomini che avevano partecipato alla spedizione dei Mille, o che avevano combattuto nelle guerre d’Indipendenza. Vi erano professori universitari, giornalisti, poeti, romanzieri, imprenditori che avevano veramente “fatto l’Italia”, con il loro pragmatismo. Ma fino a che punto detto pragmatismo sconfinava nella mancanza di scrupoli, o nell’illegalità? E fino a che punto diveniva sostanzialmente lecito, con la scusa che tanto “lo facevano tutti”?

In questa particolare operazione narrativa, vista la delicatezza dell’argomento trattato, abbiamo tentato di rispettare le raccomandazioni manzoniane, sul Romanzo Storico: i nostri protagonisti sono personaggi di fantasia, ma sono immessi in una vicenda realmente accaduta, con riferimenti, date, e luoghi autentici, ripresi da documenti storici e dagli atti originali del vero processo della Banca Romana, trascritti dall’Archivio di Stato, nelle ormai classiche opere sull’argomento di Nello Quilici ed Enzo Magrì. Per quanto riguarda l’ambientazione, abbiamo cercato di restituire, grazie alla scenografia di Giantito Burchiellaro e alla fotografia di Claudio Sabatini, i profumi di un periodo storico particolare, che coincide con l’arrivo della luce elettrica a Roma nel 1890, dopo l’exploit di Parigi negli anni precedenti. Un periodo in cui si vide nella possibilità di stampare delle banconote in soprannumero e quindi di creare una “ricchezza” inesistente, una sensazione d’impunità morale molto simile a quella esplosa con l’eccesso di finanziarizzazione che ha sconvolto il mondo negli ultimi dieci anni: cos’altro sono i cosiddetti “titoli tossici” se non l’equivalente moderno delle banconote stampate abusivamente dalla Banca Romana alla fine dell’800?

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